Genitori o figli?

19 Agosto, 2007

 

I genitori sono per definizione anche figli. Capita, però, che anche i figli diventino genitori, ma, in questo caso, non grazie alla procreazione. I figli diventano genitori di genitori figli della generazione del ‘68, da cui sono nati i “geni” della società attuale ricca di libertà conquistate abbattendo molti “muri”. E’ la generazione dei “baby boomers”, nati sull’onda del boom economico e con conti in banca con qualche zero in più rispetto a quelli dei loro genitori.

In questi giorni mi sono ritrovato a riflettere su una questione spinosa, a cui non ho trovato risposta. I figli fino a che punto devono essere i genitori dei propri genitori? Fino a che punto si può privare il proprio “io” della libertà e della serenità di vivere pur di accudire un genitore?

Egoismo? Si, sto parlando proprio di questo. Anche l’egoismo ha un’accezione positiva, si tratta solo di pesi e di misure.

Una di queste notti mi sono ritrovato nel mio letto a occhi spalancati perché avevo lasciato mia madre in balia di un male indecifrato, diciamo semplicemente non diagnosticato come fisico, almeno per gli accertamenti che al giorno d’oggi si possono fare. Chiaramente non sono riuscito a dormire, ma, in nome della libertà conquistata, non ho dato modo ai mali che alla mattina svaniscono di inchiodarmi a casa sua. Eccessivo? Devo ammettere che ho un grande spauracchio in famiglia: mia zia, che da qualche anno cura l’egoismo di mia nonna ultranovantenne con l’unica medicina che funzioni, dosata a gocce sempre più abbondanti: la sua vita. E’ bene sottolineare che mi sto riferendo unicamente alle situazioni che trascendono il diretto bisogno per motivi di salute, solo dei “non figli” potrebbero lasciare i propri genitori in una condizione di malessere manifesta. Ma decifrare il confine tra queste due situazioni non è spesso facile. E’ come se i genitori da dispensatori di vita, possano anche toglierla. Ovviamente sto parlando con tonalità in bianco e nero, con eccessi di cui la vita reale è per fortuna priva. Ma credo che quest’esempio sia utile per passare dal particolare al generale.

Ad onor del vero c’è da dire che un genitore non farebbe mai questi discorsi, anzi, protrae la sua funzione oltre ogni ragionevole confine, mentre io da figlio mi ritrovo a farli anche perché la parte del genitore mi va stretta. Con tanto di sensi di colpa, angosce, ansie, malesseri psicologici che affliggono ognuno di noi, genitore o figlio che sia, quando deve prendere delle decisioni nette. La questione messa così, nero su bianco, è sterile perché incompleta. Poi peraltro del tutto soggettiva alla persona e contingente alla situazione. Trovo però proficuo affrontarla anche perché la questione si può allargare anche ad altre situazioni, tra le quali la figura del figlio amico o tuttofare.  

Guardando la realtà sociale che appare dallo spaccato sociale non si può chiudere gli occhi davanti al fatto che ci sono sempre più single, con genitori sempre più divisi; persone che viziano sempre di più il proprio ego atomizzandosi, in un contesto nel quale la famiglia, in quanto comunità, non è più scontata. Sto parlando dell’altra faccia della medaglia delle tante cose positive generate dal continuo cambiamento in atto.

Ha senso parlare di scelte responsabili in questo campo? Credo che bisogna barcamenarsi cercando di “dare una botta al cerchio e uno alla botte” cercando di bilanciare benessere dei genitori con il nostro, insomma essere sia figli che genitori, anche di sé stessi. In fondo, come teorizzato da Eric Berne nella teoria transazionale, siamo tutti sia genitori, sia figli; delle volte anche eccessivamente o meno adulti.

foto tratta da qui.