Trasparenza non solo per i pelati

29 Ottobre, 2007

 

Ne ho sentito parlare, come tutti d’altronde, prima da Beppe Grillo, poi dal libro “La Casta” di Stella, ed infine il colpo di grazia è stata la puntata di Report di domenica 21 ottobre, la nostra classe politica è nella bufera mediatica.

Oltre alla tematica dei senatori e parlamentari con alle spalle condanne passate in giudicato, mi ha colpito il fatto che molti hanno una doppia carica incompatibile, che non hanno la minima intenzione di lasciare, se non dopo che la Giunta delle Elezioni, con calma, sanzioni l’incompatibilità. Questo mi ha fatto molto pensare, perché, in fondo, chi è stato condannato ma eletto, ha dalla sua la tesi che è lì per il volere popolare (benché sono convinto che nessuno fosse a conoscenza della sua fedina penale). Ma nel caso di doppia carica, il tutto sta principalmente alla coscienza personale.

Questa tematica mi ha riportato alla contrapposizione tra società della colpa e società della vergogna: in Italia, spesso purtroppo, si agisce fintanto che non c’è una sanzione, non per coscienza personale. Il che è davvero triste, soprattutto nel caso dei politici.

Ho pensato allora che la trasparenza e gli strumenti di responsabilità sociale potrebbero venire in nostro aiuto: perché non pretendere che ogni candidato pubblichi un suo Curriculum Vitae e un suo Codice etico dove si impegna, tra le altre cose, una volta eletto, a lasciare la vecchia carica e anche a fare il suo lavoro tutti i giorni, come tutti noi? Infine, dopo tutto ciò raccontarci il suo programma? Perché si fa il pelo e il contropelo alle scatole di pelati, dove pretendiamo una serie di informazioni (origine, ingredienti, certificazioni, data di scadenza, etc.) quando poi eleggiamo chi deve gestire in parte anche la nostra vita solo in base a delle promesse?

Certo, questa tesi sarà interessante se dovesse tornare, grazie ad una nuova legge elettorale, la scelta diretta dei candidati. In ogni caso, però, già in prima battuta i partiti dovrebbero avere il ruolo, o almeno il buon gusto, di selezionare i propri candidati. Il concetto è: dateci gli strumenti per scegliere consapevolmente, e non di acquisire tale consapevolezza a giochi fatti.

 PS: ho appena finito di vedere la puntata di Exit, interessante, guarda caso si parlava della “Casta che costa”. Non è il caso di parlarne, dopotutto, domani c’è un altro post!

foto tratta da qui.


Ogni posto è buono

22 Ottobre, 2007

 

Ci stiamo sempre più abituando a convivere in ogni luogo con supporti mediali che veicolano messaggi pubblicitari o incitano all’acquisto. Ieri sera però ho detto basta: possibile che si arrivi a pubblicizzare una nuova apertura di un punto vendita sui cassonetti? Finché vedevo impropriamente adesivi che proponevano svuotamenti di cantine ed attività affini al “riciclaggio” poteva anche andare.

Negli ultimi tempi davvero ogni posto è buono. A cominciare dalla pompa di benzina; no non parlo di affissione nella stazione di servizio, ma proprio di pubblicità sulla pompa, dove è stato ricavato uno spazio per apporre la propria pubblicità.

Poi, in qualsiasi posto dove bisogna fare una fila: finché si trattava di aeroporti stazioni e centri commerciali ci eravamo abituati, ma la scorsa settimana ho toccato con mano il fatto che gli schermi hanno invaso anche le farmacie. Dopo aver notato lo schermo ho abbassato, rassegnato, lo sguardo per notare che, per chi ama i supporti analogici, esiste anche una rivista gratuita dedicata solo alla salute, dove viene ricordato che in autunno è più facile avere mal di testa, di gola, colpi della strega. Malignamente ho portato il mio sguardo alla pagina accanto i rispettivi articoli dove casualmente veniva sempre pubblicizzato un farmaco contro il male ricordato nell’articolo, mah.

A Toronto il posto dove meno mi sarei aspettato di trovare uno schermo su cui venisse passata la pubblicità è il luogo sacro dove la tranquillità dovrebbe regnare sovrana: il bagno, e non nell’atrio ma proprio sopra il water! La pubblicità (non mi ricordo il prodotto, il che vuol dire una pubblicità che non ha centrato l’obiettivo) mostrava delle ragazze che facevano apprezzamenti sulle parti intime dell’astante ignaro (ed imbarazzato).

Anche quando prendiamo i mezzi pubblici, oltre gli schermi, anche il biglietto è sempre più mascherato da buono sconto o semplice pubblicità.

Per ora non ho ancora parlato di marketing virale, dello stickering, delle promocard, così come l’utilizzo di superfici “nuove” come veicoli pubblicitari: scale e pavimento. Sotto questa luce fa sempre meno notizia il fatto che un paio di anni fa un ragazzo si era venduto la fronte su e-bay proprio come supporto pubblicitario. Se vi interessa contattatemi, a tal fine sto sgomberando sempre di più la mia fronte dai capelli, tanto siamo anche nel periodo delle castagne, che, grazie alla globalizzazione, si trovano sempre!

La domanda di fondo è: c’è un limite oltre il quale non è eticamente corretto piazzare messaggi pubblicitari? Proseguendo su questa strada non si arriva ad una “sovra stimolazione” del consumatore destinata a crescere esponenzialmente vista l’efficacia descrescente al crescere dei mesaggi?

foto tratta da qui.


Scegliere la flessibilità

12 Ottobre, 2007

 

Ieri sera stavo parlando con un mio amico sulla situazione di noi giovani laureati. Tra la mia cerchia di amici sotto i 30 nessuno ha un contratto a tempo indeterminato. Non sto dicendo nulla di nuovo, ma credo sia importante rifletterci, soprattutto con la lente dei valori.

Si parla molto di coinvolgimento degli Stakeholder, il primo ad essere valorizzato dovrebbe essere il personale interno. In entrata, invece, per quanto riguarda le grandi aziende, per le esperienze personali e dirette dei miei conoscenti, non viene svolto un “ascolto” attivo delle esigenze personali.

E’ indubbio che ci sia un bisogno reciproco di conoscersi, pertanto in questo senso i contratti a tempo determinato fino ad un anno sono ottimali. Quando è nato il concetto di flessibilità era concepito per gestire le esigenze delle persone, mentre oggi viene connotato solo negativamente. La figura che veniva delineata era quella del “free lance” che per sua scelta non voleva legarsi ad un’organizzazione e viveva come un libero professionista. Oggi sembra sempre più che la flessibilità riguardi il numero del personale in organico. In tale prospettiva le competenze personali non vengono premiate. Prima di arrivare ad avere un contratto a tempo indeterminato bisogna passare per lo stage, poi per il rinnovamento dello stage, si può passare quindi alla fase dei contratti a tempo determinato rinnovati prima di sei mesi in sei mesi, poi per di anno in anno. Insomma, i giovani devono investire minimo, nelle più rosee ipotesi, anche a fronte di un’ottima preparazione ed attitudine al lavoro,. tre anni prima di poter dire di far parte della “squadra”, questo solo formalmente perché le mansioni svolte sono del tutto in linea con quelle svolte dai colleghi “ufficiali”, come anche gli orari di lavoro.

Quello poi che ho valutato è che, rispetto al passato, noi giovani non abbiamo né la voglia, né la grinta per investire in azioni imprenditoriali questo anche per fattori ambientali. Economicamente viviamo in un contesto, nel quale i nostri genitori “baby boomers” hanno possibilità economiche potenzialmente maggiori rispetto a quelle dei loro genitori, mentre noi abbiamo lavori remunerati per coprire la sussistenza, pertanto senza possibilità di fare investimenti, ma a fronte di una qualità di vita agiata grazie al supporto della famiglia (parlo sempre non in valore assoluto, ma in rapporto alla generazione precedente). E’ come se ci trovassimo con “una scarpa e una ciavatta” come si dice a Roma, ma, si badi bene, con una scarpa Prada. E, anche qualora ciò non fosse del tutto attinente alla realtà, il mercato incerto premia solo le azioni più vincenti, innovative e concepite con criterio. La mera creatività e una gestione “alla buona” hanno vita corta. La prospettiva principale rimane quella di andare in azienda.

Come mi hanno detto in uno tra gli ultimi colloqui è basilare considerare i valori alla base dell’azienda nella quale si vuole lavorare, perché è alla base di questi che si verrà valutati. Non si può sognare di avere la famiglia del Mulino Bianco se il valore alla base dell’operato aziendale, con il quale verrà valutato il nostro operato, è la priorità al lavoro, ad esempio. Scegliamoci, per quanto possibile, l’azienda con la quale lavorare, per sceglierci il nostro futuro. In bocca la lupo a tutti!

foto tratta da qui.


Il CRM entra in gioielleria

8 Ottobre, 2007

 Tutto inizia mentre sfogliavo l’ultimo numero di Vogue gioiello, periodico di moda e gioielleria, dove ho trovato due interessanti pubblicità della Rosato ed Alcozer & J. Entrambe le aziende hanno avviato una campagna che in gergo si definisce di Cause related marketing, ovvero di una campagna di marketing collegata ad un’opera sociale.

La Rosato ha usato come testimonial Joaquin Cortés per pubblicizzare la sua collezione di gioelli etici che finanziano l’associzione N.P.H. che opera a favore dell’infanzia in difficoltà in Italia ed all’estero. Vagando nel sito della Rosato gioiello ho anche notato con piacere la certificazione etica SA 8000.

La Alcozer & J. invece ha creato la collezione “Be-Baby” i cui proventi andranno a finanziare il progetto AIAU Birabirò per la costruzione di una casa famiglia per bambini affetti da HIV/AIDS a Holeta in Etiopia.

Ho trovato molto interessanti queste due azioni di CRM in quanto, fino ad oggi, ho riscontrato tali azioni solo nell’ambito di prodotti di largo consumo. Da notare anche il fatto che il mondo della gioielleria non è tra i più effervescenti ed attivi per quanto riguarda la responsabilità sociale d’impresa e dove tra l’altro da poco si parla di ricerca e branding. Quindi due azioni doppiamente vincenti. Speriamo che questi due casi facciano da apripista nel loro settore e che a breve si possa parlare diffusamente di cultura di responsabilità sociale d’impresa.

foto tratta dal sito Alcozer & J.