Scegliere la flessibilità

12 Ottobre, 2007

 

Ieri sera stavo parlando con un mio amico sulla situazione di noi giovani laureati. Tra la mia cerchia di amici sotto i 30 nessuno ha un contratto a tempo indeterminato. Non sto dicendo nulla di nuovo, ma credo sia importante rifletterci, soprattutto con la lente dei valori.

Si parla molto di coinvolgimento degli Stakeholder, il primo ad essere valorizzato dovrebbe essere il personale interno. In entrata, invece, per quanto riguarda le grandi aziende, per le esperienze personali e dirette dei miei conoscenti, non viene svolto un “ascolto” attivo delle esigenze personali.

E’ indubbio che ci sia un bisogno reciproco di conoscersi, pertanto in questo senso i contratti a tempo determinato fino ad un anno sono ottimali. Quando è nato il concetto di flessibilità era concepito per gestire le esigenze delle persone, mentre oggi viene connotato solo negativamente. La figura che veniva delineata era quella del “free lance” che per sua scelta non voleva legarsi ad un’organizzazione e viveva come un libero professionista. Oggi sembra sempre più che la flessibilità riguardi il numero del personale in organico. In tale prospettiva le competenze personali non vengono premiate. Prima di arrivare ad avere un contratto a tempo indeterminato bisogna passare per lo stage, poi per il rinnovamento dello stage, si può passare quindi alla fase dei contratti a tempo determinato rinnovati prima di sei mesi in sei mesi, poi per di anno in anno. Insomma, i giovani devono investire minimo, nelle più rosee ipotesi, anche a fronte di un’ottima preparazione ed attitudine al lavoro,. tre anni prima di poter dire di far parte della “squadra”, questo solo formalmente perché le mansioni svolte sono del tutto in linea con quelle svolte dai colleghi “ufficiali”, come anche gli orari di lavoro.

Quello poi che ho valutato è che, rispetto al passato, noi giovani non abbiamo né la voglia, né la grinta per investire in azioni imprenditoriali questo anche per fattori ambientali. Economicamente viviamo in un contesto, nel quale i nostri genitori “baby boomers” hanno possibilità economiche potenzialmente maggiori rispetto a quelle dei loro genitori, mentre noi abbiamo lavori remunerati per coprire la sussistenza, pertanto senza possibilità di fare investimenti, ma a fronte di una qualità di vita agiata grazie al supporto della famiglia (parlo sempre non in valore assoluto, ma in rapporto alla generazione precedente). E’ come se ci trovassimo con “una scarpa e una ciavatta” come si dice a Roma, ma, si badi bene, con una scarpa Prada. E, anche qualora ciò non fosse del tutto attinente alla realtà, il mercato incerto premia solo le azioni più vincenti, innovative e concepite con criterio. La mera creatività e una gestione “alla buona” hanno vita corta. La prospettiva principale rimane quella di andare in azienda.

Come mi hanno detto in uno tra gli ultimi colloqui è basilare considerare i valori alla base dell’azienda nella quale si vuole lavorare, perché è alla base di questi che si verrà valutati. Non si può sognare di avere la famiglia del Mulino Bianco se il valore alla base dell’operato aziendale, con il quale verrà valutato il nostro operato, è la priorità al lavoro, ad esempio. Scegliamoci, per quanto possibile, l’azienda con la quale lavorare, per sceglierci il nostro futuro. In bocca la lupo a tutti!

foto tratta da qui.