Questioni di proprietà

10 Dicembre, 2007

In questo caso non ho saputo “scegliere”, la questione è centrale per la responsabilità sociale d’impresa, se intesa a tutto tondo, come cerco di fare in questo blog.

Se l’azienda è responsabile, è addirittura una best practice, ma poi viene acquistata da chi proprio etico non è, è ancora etica? Me lo sono chiesto nel caso del “The Body Shop”, creato da Anita Roddick (purtroppo scomparsa da poco), quando l’azienda è stata acquisita dalla L’Oreal, di cui la Nestlé detiene il 28,5%. Prima di andare sul sito pensavo che detenesse la maggioranza, ora potrete informarvi anche voi sulla composizione e sulla storia della famiglia Bettencourt.

La blogosfera valuta di più l’acquisizione da parte della L’Oreàl, come potete notare in ecoblog e naturomagvet, certo molto etrema la posizione di half pintpixie e di stopanimal cruelty, se non vi basta digitate “boycott the body shop” nel motore di ricerca dei blog di google.

In ogni caso la questione si può trascendere dal caso concreto, per vederlo più globalmente: basta una acquisizione per togliere la cultura etica ed ambientalista ad un’organizzazione? O meglio, può essere considerata etica un’organizzazione che ha come azionisti operatori non etici?

foto tratta da qui.


Regalo responsabile

3 Dicembre, 2007

 

Lo scorso anno mi sono divertito a prendermi in giro stilando la guida al regalo-responsabile.pdf che trovate in allegato. Preso in giro perché ho considerato sia la responsabilità sociale alle estreme conseguenze, sia ironicamente la mia personalità.

Il discorso della “lista” è quanto mai attuale, c’è chi non la trova di buon gusto e chi, invece, l’adora. Diciamocelo pure, quello che dovrebbe essere un piacere come pensare tramite un regalo alle persone care, spesso si trasforma in un incubo per tutti, sia per chi sceglie, sia per chi spesso deve andare a fare i cambi. In questo senso trovo che sia uno strumento utile.

Certo, è anche bello l’effetto sorpresa, a patto che si seguano i criteri, gusti, taglie e bisogni della persona che riceverà il regalo. A tutti un sereno dicembre di regali!

foto tratta da qui.


Essere fair o essere italici: è questo il problema

26 Novembre, 2007

Linea SOLIDAL COOP

 

 

 

 

 

Lo ammetto, sono stato vittima di un acquisto d’impulso: un succo di frutta all’arancia della Coop, linea “Solidal”. Cosa si intende per Solidal? Presto detto, meglio copiato da quanto scritto sulla confezione: “Acquistando questo prodotto contribuisci a sostenere e promuovere lo sviluppo economico e sociale della comunità in cui operano le cooperative che prevalentemente forniscono la materia prima utilizzata”. Le cooperative in questione sono la ACIPAR di Paranava e la Coagrosol di Itapolis entrambe in Brasile.

Perché definirmi vittima? Innanzitutto perché è stato un acquisto non consapevole, poi perché, entrando in questione etiche, per mia scelta personale preferisco scegliere un prodotto italiano. In Italia si devono buttare addirittura tonnellate di arance e poi andiamo ad acquistare quelle brasiliane? Facciamo ordine.

Posto che il commercio equo e solidale è un modo di fare business del tutto lodevole e da privilegiare rispetto a quello senza garanzie, credo tuttavia che sia da scegliere per quei prodotti che in ogni caso andrebbero importati, come il caffè, la cioccolata, le banane. Le arance, se mi permettete, così come l’olio, il vino esigo che siano italiani. Questo criterio si basa non solo sulla preferenza di nazionalità, ma anche di vicinanza. Come hanno viaggiato quelle arance (visto che lo stabilimento di produzione era italiano)? Il tutto per valutare sia la freschezza e la maturazione del prodotto, sia l’inquinamento generato dal trasporto. Non tutto ciò che è socialmente responsabile luccica e va preso senza riflettere.


Energy label: i consumi sotto i riflettori

16 Settembre, 2007

 

 

 Scegliere in modo responsabile i prodotti che entrano nella nostra vita vuol dire considerare, oltre le caratteristiche evidenti al momento dell’acquisto, anche quelle che determinano l’efficienza del prodotto stesso durante il suo utilizzo, in primis il consumo energetico. Per quanto riguarda i prodotti di elettronica ed elettrodomestici devono per legge esporre una etichetta dove viene indicato il suo consumo energetico: andiamo a vedere le sue caratteristiche.

L’etichetta è di facile lettura. In alto specifica la casa costruttrice e la sigla dell’apparecchio. Subito sotto troviamo un grafico a barre di una colorazione da verde a rosso: questa sezione ci indica la classe energetica, ovvero l’efficienza energetica del prodotto in confronto con i consumi con prodotti analoghi. Il colore verde indica bassi consumi, il rosso alti consumi. La classe viene indicata da una lettera maiuscola, A++ indica la classe di efficienza massima con bassi consumi, la lettera G sta invece per alti consumi.

Per sapere il suo consumo specifico bisogna leggere nella sezione sottostante, dove viene specificato il consumo annuo espresso in chilowatt. Questo dato è stabilito sulla base di prove standard, tuttavia il consumo effettivo dipende dal modo in cui l’apparecchiatura è utilizzata e dove viene collocata. Nel caso delle lavatrici, ad esempio, il consumo si riferisce ad un ciclo di lavaggio normale di cotone a 60 gradi; mentre per il frigorifero si riferisce ad un uso normale, se lo stesso viene posto in vicinanza a fonti di calore chiaramente il consumo aumenta.

La penultima sezione indica le capacità di carico del prodotto, che chiaramente per il frigorifero si riferisce al volume degli alimenti freschi e congelati, per la lavatrice al bucato in cotone in kg e il consumo di acqua in litri, per la lavastoviglie al numero di coperti e consumo di acqua per ciclo.

Importante anche l’ultima sezione che indica il rumore emesso dall’apparecchio in funzione espresso in decibel.

Come potete notare quindi, grazie alla direttiva della UE che ha introdotto l’Energy label, possiamo avere in un’unica facile soluzione tutte le informazioni sui tutti i consumi ed emissioni: teniamone conto perché un risparmio immediato dato da un prezzo più invitante potrebbe voler dire spendere di più lungo tutta la vita dell’apparecchio!

Consumi ridotti = emissioni ridotte + costi di gestione ridotti = tutti con il sorriso!

Foto tratta da qui.


Basta poco per far sorridere una donna

6 Agosto, 2007

Trovata la formula per far sorridere felicemente 9 donne su 10: una capsula, quella della lavastoviglie. Come si fa a vendere una birra nazionale? Semplice: usiamo testimonial americani che elogiano la qualità della birra e che affermano sorridendo che in Italia neanche ci sono stati! Della serie: a noi dell’Italia ci basta ed avanza la birra (tra l’altro di proprietà estera). Questi ed altri tanti esempi mi fanno sempre più sperare che la pubblicità non sia il vero specchio della società, ma semplicemente un brutto scherzo dell’afa estiva.

Ma così non è. Dietro ad ogni singola pubblicità c’è un lavoro immane, una normativa abbondante e diversi controlli. Prima di tutto interni: ad opera dell’agenzia pubblicitaria, poi dell’azienda committente, poi dei controlli esterni.

Insomma, come ha giustamente sottolineato Luciana Litizzetto, ci pesate quante persone sono state a riflettere sul famigerato scoiattolo della Vigorsol? Soprattutto pensate alle ore spese dai grafici e dai tecnici del suono.

Oltre alla pubblicità che prova a stuzzicare la nostra ironia e la nostra emotività, delle volte con dubbi risultati e volgarità in abbondanza, ci sono anche quelle che puntano sulla razionalità.

Ci fa piacere che il vino Tavernello sia certificato dal CSQA e che lo pubblicizzi, ma per la qualità del processo o per la qualità del prodotto? Non a tutti è ben chiara la distinzione. E’ sicuramente un punto a favore la rintracciabilità della filiera del vino, ma questo non ci dice nulla sulle sue qualità organolettiche. Quindi non rivolgetevi al CSQA se avete bisogno di Sommelier!

Meglio andare a visitare i siti internet che ci danno migliori consigli e informazioni più chiare e intelligenti, vedi Finish e Tavernello.

foto tratta da questo sito.

PS: vi consiglio questi link di blog, il primo della mia amica agense e il secondo di vannutella, quest’ultimo blog dedicato solo alla pubblicità! Ieri non funzionava splinder e non ero riuscito ad inserire i link.


Consumatori postmoderni, ma consapevoli

13 Maggio, 2007

 

Da tempo gli studiosi provano a dare una definizione del nuovo consumatore. Massimo Gaggi, inviato del Corriere della Sera, e Edoardo Narduzzi, manager e imprenditore dell’high-tech nel loro testo “La fine del ceto medio e la nascita della società low cost” (Enaudi, 2006), ci definiscono così: sottoideologizzati, che ricerchiamo la disintermediazione, religiosamente aperti, sempre interconnessi grazie ai nuovi strumenti di comunicazione, che risparmiamo sempre meno avvicinandoci allo stile di vita “formica” tipico degli US, che vogliamo co determinare i prodotti, che effettuiamo acquisiti nomadici e ricerchiamo la massimizzazione del potere d’acquisto tramite i nuovi prodotti low cost, flessibili e personalizzabili.

Giampaolo Fabris, nel suo testo “Il nuovo consumatore verso il postmoderno” (Franco Angeli, 2003) si spinge ancora oltre. Egli vede il consumatore inserito in un contesto che mette “enfasi sulla complessità anziché sulla semplicità, sul cambiamento anziché sulla stasi e su una prospettiva epistemolgica di tipo partecipativo anziché spettatoriale.”

Nulla di nuovo quindi, ci rapportiamo al consumo in maniera del tutto inusuale per i scorsi decenni, in un contesto dove, benché tutto sembri più facile e veloce, continua ad esserci e ad aumentare la complessità che fa si che noi abbiamo sempre più una visione parziale del mondo.

Come agire quindi? Quanto detto nei precedenti post sembra rifarsi ad un mondo ideale, dove le scelte di consumo sono semplici e razionali. Sembravo tutto fuorché razionale ieri sera quando ho dovuto insieme a dei miei amici fare la spesa per cena in 10 minuti cercando gli ingredienti per una Quisce con le guardie che mi ricordavano che l’ipermercato stava chiudendo. “Dov’è la pasta sfoglia? Non di quella marca, fa parte della multinazionale X. Con che tipo di latte è fatto il groviera? Ma che confezione di uova hai preso, non lo sai che quelle di plastica hanno un impatto ambientale disastroso rispetto a quelle confezionate nel cartone! Da dove vengono? Le zucchine sono biologiche?”. Mi rendo sempre più conto che la mia immagine non poteva non essere quella di un isterico pazzo che correva per i corridoi di un iper in chiusura mentre recitavo il mantra “ci vuole calma e sangue freddo”! E, spero non ai miei livelli, sono sicuro che alcuni di Voi si sono ritrovati in una situazione simile. Ci sono molti criteri per selezionare i prodotti, ma come gestire questa “elezione” nelle nostre frenetiche giornate?Innanzitutto con una sana gestione del tempo (matrice importanza/urgenza) cercando sempre di ricordare dove siamo, cosa stiamo facendo e perché lo stiamo facendo. Per mia semplicità ho cercato di adottare questa politica, selezionare una categoria merceologica per volta e andare a studiare le sue caratteristiche, analizzare tutti i prodotti simili e i concorrenti. In base a questa analisi scegliere il prodotto che ricopre tutte le caratteristiche per me importanti e rimanere fedele alla mia scelta. Poi almeno una volta al mese cambiare supermercato o banco al mercato tanto per fare dei confronti sull’assortimento e livello di prezzi. Il mondo non si cambia con scelte affrettate, ma ponderando le scelte avendo una una visione costante, comunque aperta al confronto.