E mo de che parlo?
7 Aprile, 2008

Ci sono cose nella vita che tendiamo a non vedere perché non sono facili da affrontare: una tra queste è la morte. Un argomento davanti al quale posso dire davvero poco, in quanto io stesso tendo a nasconderla, a non affrontarla. Solo chi ha vissuto un lutto può capire le sensazioni che si provano. E’ facile dire che la vita va avanti, spesso invece sembra che non sia così.
Mi sono sentito dire che bisogna vivere anche in funzione della morte, ma come è possibile? Ieri, per esempio, il prete davanti ad una chiesa gremita, durante il funerale di una nostra cara amica di famiglia ha dato una chiave di lettura per me poco condivisibile: bisogna vivere per farsi voler bene. A mio avviso bisogna vivere volendo bene, senza secondi fini, anzi delle volte avendo la forza di rimanere nell’ombra,condividendo il più possibile con le persone a cui teniamo davvero, senza aspettare un domani incerto.
La società si rapporta con la morte stando il più possibile vicino ai parenti stretti. Si inviano telegrammi, fiori si fanno tante cose della cui utilità delle volte non si capisce bene il senso. La credenza comune è che la coesione sociale aiuti a sopportare il dolore. Ma è davvero così?
Vista dall’esterno non so mai come rapportarmi né con la morte né con le persone a cui porgere le condoglianze, finendo quindi nel rimanere nella immobilità totale. Una volta che una persona non c’è più, c’è ben poco da fare, se non ricordare i bei momenti passati assieme. Più il dolore è intimo, più è possibile superarlo da soli o con le poche persone con le quali c’è una profonda affinità spirituale. Il resto è solo rumore.
Foto tratta da qui.
Ci sono attimi nella propria vita in cui si guarda al di là del periodo che si sta vivendo, non perché si cerca di fare dei programmi, ma semplicemente per guardare oltre al presente. Come oggi. In questa fase vedo la mia vita girare a vuoto, come quando si accelera stando in folle. Tutto si muove, i giorni passano, ma rimango fermo. Un immobilismo che mi spaventa, ma di cui sono consapevole, anche del fatto che al momento questa fase è inevitabile. Prima devo mettere in ordine alcune cose, per poi inserire la marcia e ripartire. E’ per questo che sto guardando oltre. Ma fino ad allora?
Le opzioni sono tante: deprimersi, narcotizzarsi con corsi vari, andare in letargo mentale, etc. La mia scelta invece è, da bravo capricorno, di abbassare la testa, prendere la rincorsa e affrontare la situazione a cornate. E’ mia convinzione, infatti, che le piccole difficoltà se prese sotto il punto di vista costruttivo ci diano l’opportunità di forgiarci, di progredire, di sviluppare senso critico e creatività. Questo credo possa essere esteso un po’ a tutti, soprattutto nel contesto di questi tempi, dove anche ogni cosa deve essere pervasa da pessimismo, da crisi generalizzata. Ci sono delle cose che sono fuori dalla nostra portata, per le quali non abbiamo margine d’azione. Concentriamoci solo sulle cose nelle quali possiamo fare la differenza e guardiamo anche oltre. Oggi mi ha fatto compagnia Claudio Baglioni, che mi fa piacere parafrasare: “La vita è adesso. Io vivo e sono qui. Tra sparire o sparare, scelgo ancora di sperare. Non sono l’uomo giusto, ma giusto un uomo”. Ma soprattutto: “Giura amico mio che glielo metteremo ancora lì a questa vita, che va via così, senza aspettarci”.
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Quello che mi è accaduto questo fine settimana mi ha lasciato alquanto perplesso: sono stato più di 10 ore a congelarmi perché un semplice termostato non funzionava. Per questo uno stabile fieristico è rimasto con l’aria condizionata accesa benché già la giornata uggiosa aveva provveduto al fresco. E questo mi ha fatto riflettere sul “ipertecnicismo” dei nostri giorni, a quanto tempo della nostra vita dedichiamo stando al servizio della tecnologia. Il libro “La caffettiera del masochista” parla benissimo della tecnocrazia e dell’Ergonomia già dal titolo.
E’chiaro che non è possibile fare gli assolutisti, anche perché sto scrivendo grazie al fatto che in questi attimi i panni li sta lavando la mia dolce Margherita. Piuttosto è il caso di pensare al fatto che quando qualcosa non è più funzionale e funzionante non è pensabile di stare in balia delle macchine, stando noi al loro servizio piuttosto che il contrario.
Perché non uccidere il mostro già da piccolo? Perché non riflettere sul fatto che la nostra vita può e deve scorrere indipendentemente dalle chincaglierie tecnologiche? Se i mezzi tecnologici cominciano ad apportare solo intralci nella vita dovremmo essere in grado di sbrigare le nostre faccende anche senza di loro. In questo caso, senza la dipendenza dalla tecnologia, la nostra vita potrebbe migliorare perché arriveremo al punto in cui il loro uso non sarà una dipendenza, ma un piacere aggiunto, così come è comodo avere l’autostrada, ma dobbiamo avere la possibilità di scegliere anche la strada ordinaria, magari aiutati da Esmeralda, la mia fedele voce del navigatore!
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Il senso dell’orientamento ce l’hai oppure no. Nel secondo caso magari un navigatore satellitare può essere un supporto utile. C’è però una situazione di fronte alla quale un po’ tutti ci siamo trovati, quella di non avere né la men che minima idea di dove ci si trovi, né si ha una piantina a disposizione. Un po’ come quando da piccoli si giocava ad acchiapparella bendati e, una volta tolta la benda, non ci si rendeva conto di dove si era. Bene è quanto metaforicamente mi sta succedendo in questo periodo. Mi trovo di fronte alla mia vita scombinata, per fortuna grazie ad una bella opportunità. Sta di fatto che, se prima avevo almeno l’impressione di poter gestire i miei tempi, ora sono proprio in balia delle acque. Non a caso la scorsa settimana ho saltato anche la pubblicazione di post.
In questi casi possono venirci d’aiuto le tecniche di gestione del tempo che ci portano a selezionare le nostre attività da svolgere. La parte ardua in questa tecnica sta nel fatto di scegliere cosa per noi è più importante e prioritario. Suona davvero strano fare una propria scala di preferenze, soprattutto se si tratta di persone. Dobbiamo ricordarci in questi casi che non siamo macchine, abbiamo bisogno dei nostri tempi, ma soprattutto dell’ascolto. Ascoltarsi, essere capaci anche di fare un respiro profondo e di rilassarsi. Riorientarsi vuol dire anche saper scegliere a cosa rinunciare. Se l’attuare scelte responsabili è un’azione facile, scegliere non è semplice, benché sappiamo quale direzione prendere. Se ci domandiamo dove vogliamo andare, la risposta l’abbiamo. Solo che a volte ci capita fortunatamente di trovare qualcosa per la strada che ci sorprende, come dei lavoro in corso che modificano la realtà, e che mettono in difficoltà, non solo noi, ma anche i migliori navigatori satellitari. Solo che noi con la nostra creatività e determinazione, la strada, se vogliamo, la troviamo. Anche perché, come dice un detto, se non sappiamo dove vogliamo andare, non ci arriveremo mai.
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Noi single siamo in continua crescita. Lo hanno sancito anche le ultime statistiche Istat sui residenti nel 2007: più di 10 milioni di italiani sono senza una dolce metà (celibi + nubili). Tanto per cominciare, il termine dolce metà proprio non mi piace, non solo perché preferisco il salato al dolce, ma anche perché non mi sento incompleto, come si mi mancasse una parte.
Come dice il mio amico Pierangelo, l’uomo è un animale sociale, è fatto per stare in compagnia. Niente di più vero, ma a patto di stare bene con se stessi. Mi piace sempre andare verso qualcosa, piuttosto che scappare. Se si scappa, l’unico obiettivo è di andare via da qualcosa, senza una meta ben specifica, solo per fuggire da qualcosa di non piacevole. Piuttosto a me piace andare verso qualcosa di piacevole. Nel caso della scelta di un partner, credo che non ci possa essere nulla di più deleterio di unirsi perché non si vuole stare soli o per dimenticare un’altra storia. Di contro, c’è anche un’altro rischio: quello di scoprire quanto è bello stare anche soli. Con questo voglio intendere, ad esempio l’abitare da soli, l’essere liberi pienamente, senza vincoli. Si dovrebbe essere liberi anche in due, teoricamente, tuttavia praticamente è impegnativo che ciò avvenga, anche perché non abbiamo più solo noi stessi da rispettare, ma anche un’altra persona.
La domanda è: fino a che punto è bene essere single? Da cui può nascere la domanda: fino a che punto è bene stare insieme? Ma affrontiamo una domanda alla volta!
A quanto ho capito esistono diverse scuole di pensiero, quella del rimorchio, quella della capatura dei fagiolini e quella della ricerca. La scuola di pensiero del rimorchio persegue il motto “sarò solo fino a quando qualche anima pia (ma con la gente che circola di questi tempi si vedono solo trogloditi…) non si accorga che esisto in questo pianeta”; quella della capatura dei fagiolini vede la selezione del prossimo come un processo selettivo con rigidi standard e procedure, che spesso fanno escludere una persona dalle eleggibili solo per caratteristiche superficiali ; ed infine la scuola della ricerca vede il rapporto con l’altro come momento che integra la vita di due individualità, che, proprio per questo, deve basarsi sulla conoscenza del prossimo vista più come una missione che come un mezzo.
Non seguo queste scuole, credo che stare insieme non deve essere un obbligo, ma un’opzione, peraltro piacevole per entrambe le persone. Per questo credo che bisogna essere single fino a che non si senta quello che in Sex and the City viene definito “tza tza tzu”, una attrazione unica, sperando che venga contraccambiata! Se c’è lo tza tza tzu non è neanche il caso di parlare, perché la razionalità toglie le tende dalla nostre azioni.
Di fatto ora l’essere single è un vero affare per l’economia, dati Coldiretti alla mano un single spende il 60% in più rispetto ad una famiglia per i generi alimentari. E non solo: come saggiamente il prete nel film “Casomai” argomentava, una società frammentata ha bisogno di due dentifrici, due stendibiancheria, due case, etc. E allora un’altra domanda: non è che siamo sempre più single perché siamo sempre più egocentrici, più impegnati a costruirci la nostra vita di successo piuttosto che una vita condivisa, a fare sempre più sport individuali, videogiochi? Non è che siamo sempre più single anche stando in coppia?
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In settimana stavo parlando con Luigi, il mio più caro amico, sul mio ultimo post “Standby”. Lui, da bravo scrittore, mi ha fornito ottimi consigli. Il primo è stato quello di scrivere il post e poi lasciarlo in standby, per poi rileggerlo in seguito. Non posso non accogliere i suoi appunti costruttivi su dei passaggi incerti del post in questione, ma, che non me ne voglia, prendendo spunto dal suo consiglio, anche oggi passerò “di palo in frasca”. Credo che quanto voleva suggerire Luigi, astraendo, è che dobbiamo cercare di vedere le nostre azioni, la nostra vita piuttosto che un semplice post, in maniera distaccata per poi apportare delle eventuali migliorie. Senza fare gli universalisti, credo proprio che abbia ragione in quanto ci sono cose importanti che con impegno si costruiscono nel tempo, ed altre che in un attimo possono compromettere quanto abbiamo costruito . La soluzione è il tempo.
E’indiscusso che ci sono delle cose sulle quali è meglio non indugiare, tuttavia, ritornando alla questione tra “basic” e “fashion”, credo che le cose che si costruiscono e durano al passare del tempo siano quelle che facciano la differenza nella vita, come la famiglia, l’amicizia, l’amore, la dignità. Sono tutti elementi fondamentali per una vita serena, ma che richiedono una costruzione e riflessione continua. Sono quelle cose che si guardano fermandosi dalla corsa della vita, e delle quali, nonostante tutto, si è orgogliosi. Certo, non tutto è per sempre, anche perché “l’eternità è lunga, soprattutto verso la fine” citando Woody Allen.
Dobbiamo cercare di non avere mai rimpianti, pertanto è bene seguire anche il cuore e le passioni, il cd. sale della vita, ricordandoci però che la vita è fatta di quotidianità, di una costruzione continua, e, speriamo, costruttiva. Tutti ricordiamo “quel” giorno memorabile, perché è stato speciale, sarebbe stupido rinunciarci a priori, tuttavia dobbiamo essere consapevoli che si tratta di occasioni. Per questo delle volte fermiamoci, diamoci il giusto tempo ed entriamo in standby per riflettere sulle cose che contano e interroghiamoci. Ecco, infatti, il secondo suggerimento di Luigi: interrogarsi sul messaggio che si vuole comunicare nel post prima di scriverlo, così come dovremmo interrogarci prima di intraprendere qualsiasi azioni nella nostra vita. Il terzo è quello di affrontare solo un argomento per volta.
Bene, per oggi ho seguito almeno il primo consiglio, proprio come ognuno di noi percorre la sua vita, un passo alla volta! Buona settimana a tutti!
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La lucetta rossa del televisore ci dice che è lì, può essere acceso quando vogliamo. Ma ci costa cara: sai che se l’Europa intera spegnesse quell’insignificante lucina si potrebbe risparmiare un impressionante ammontare di energia elettrica? Molta di più di quella che pensi, come anche energy is life ci ricorda. A parte dal fatto di consigliarti vivamente di tenere la tv sempre spenta, stavo riflettendo a questo stato di limbo, dove spesso releghiamo molte cose, né accese, né spente. Iniziando, ad esempio, dalla cantina/garage/dependance, dove appoggiamo gli oggetti che non abbiamo il coraggio di gettare affinché si decompongano da soli o per mezzo dei tarli, anche qui né usandole, né gettandole. Gli statunitensi ad esempio adorano i traslochi, che effettivamente fanno spesso, proprio perché danno l’ottima scusa emotiva di fare piazza pulita.
La questione non diventa più semplice quando non appoggiamo dei meri oggetti in soffitta, ma anche sentimenti e persone: una marea di conoscenze, amicizie ed ex, volenti o nolenti, stazionano in sala d’attesa, e comportano un dispendio enorme di energie emotive, di pensieri, di attimi rubati al presente. Certo, fanno parte di noi, e noi siamo come ci vediamo allo specchio grazie a quello che abbiamo fatto ieri (meglio non parlare della domenica mattina!). Non voglio parlare poi delle persone che vivono in standby, aspettando, consumando ogni giorno come un dovere e non un’opportunità.
Tuttavia non smetto di sognare un’esistenza nella quale si possa dare per assodato il passato, senza che questo comporti delle incombenze nel presente. Ma poi ricordo che non siamo automi, che con la razionalità non si controllano le emozioni, tutt’al più si soffocano momentaneamente, ed infine che se scegliamo di spegnere non possiamo riaccedere nel sistema se non, per chi ci crede, come un nuovo utente. Allora è bello tenere la nostra vita sempre accesa, sul presente.
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Auguro a tutti un felice Natale! Questi giorni di festa, al di là delle motivazioni religiose, ci vedono tutti riuniti nelle rispettive famiglie. Dopo uno scambio di riflessioni con una persona per me molto importante, ho capito che la famiglia non è un valore in sé, è solo una parola a cui attribuiamo un significato.
Al giorno d’oggi credo di essere privilegiato perché il significato di “famiglia” combacia effettivamente con la mia famiglia. Questo non toglie che il natale sia una festa nella quale si possano festeggiare insieme legami “scelti dalla vita” piuttosto che dal “sangue”. L’importante è la condivisione, perché voler bene ad una persona e non farglielo capire è come fare un bel regalo con tanto di pacchetto e fiocco e per poi non consegnarlo. Per di più Natale è una bella occasione per riporre armatura, scudo e armi almeno per un giorno, perché non siamo solo combattenti, ma anche persone ricche di sentimenti. In questo dovremmo apprendere da chi veramente era in guerra. Nella prima guerra mondiale al fronte tra inglesi e tedeschi anziché sparare proiettili si è usato il campo di battaglia per una pacifica partita di calcio!
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La scorsa settimana sono “salito” con le mie amiche Maiko e Azuko. “¡Che guai!” Avevamo “elegito” una città distante, pertanto siamo “subiti”"arriba” su un autobus che ha fatto poche “parade” anche se il viaggio è stato “largo”. “¡A mi me ha gustato!”
No, non sono più pazzo o ignorante del solito, ho solo usato terimini “false friend”(termini per i quali il significante è simile ma il significato è opposto o differente) della lingua a noi più affine: lo spagnolo. Mai come in questi giorni sto capendo quanto sia utile, oltre che per comunicare, conoscere una nuova lingua.
E’ come apprendere a vedere la realtà con nuovi occhi, con un nuovo codice, a confrontarsi, ad aprire la mente , ad essere più tolleranti, pertanto più consapevoli e responsabili. Poi, volete mettere la libertà di dire “a me mi”!
Ps: sapete che i cani in Olanda fanno “wouf wouf”, in Spagna “wan wan” e in Giappone “wen wen”? Il vostro fa ancora “bau bau”?