Un periodo “deca”

10 luglio, 2012

Il caffè decaffeinato è, per quanto si voglia dire, una negazione di se stesso, un artificio per rendere una cosa ciò che non è. Un pò come una persona intimanente non elegante che veste capi firmati: un intruglio!

La vita è fatta anche da compromessi, pertanto evviva che ci sia la possibilità di bere un caffè anche quando non sarebbe opportuno, tuttavia dobbiamo essere consapevoli di ciò che stiamo facendo.

Consapevolezza è una bella parola che trova difficilmente concretezza in un periodo come questo. Stiamo in un periodo “deca”, di decadenza, solo che a differenza del caffè decaffeinato non sappiamo né cosa siamo, tantomeno cosa vorremmo sembrare. Più che decadenza, forse siamo in una fase storica di decomposizione dove tutto ciò a cui eravamo abituati si sta lentamente e definitavamente decomponendo. Un pò come i rifiuti umidi: dopo poco diventano puzzolenti. Noi siamo in queta fase senza sapere che “compost” diventeremo e a quale scopo. Quando e quale sarà l’Italia di domani una volta usciti dal cassonetto?

Siamo un paese stupefacente, dalle mille opportunità e bellezze. Questo periodo di stagnazione e dec0mposizione potrebbe portarci a qualcosa di buono. Come, ad esempio, allo “sganciamento” delle condizioni contingenti e materiali delle persone ai valori fondanti dell’essere. Ritornare (almeno in parte) a misurarsi e a vivere non per l’avere, ma per l’essere. Fondamentale a tutto ciò è il ritorno della nostra società alla considerazione dell’essere collettivo, piuttosto che all’arroccamento imperante dell’individualità.

Essere tutti sulla stessa barca vuol dire proprio questo, ovvero è corretto che ci siano la prima, la business e la seconda classe, tuttavia non è opportuno (e miope) ritenere che attrezzando la propria cabina con paratie a tenuta stagna ci si salverà a dispetto della nave che affonda. Questo sta a significare che ci debba essere un apparato statale meritocratico  e non paternalistico, e che tutti noi dovremmo avere il massimo rispetto l’uno dell’altro e dell’essere comune. Concretizzare tutto ciò è pressocchè impossibile, tuttavia se ci fossero dei margini di possibiltà è in un periodo come questo che si dovrebbe operare in questa direzione.

In questa fase dove l’incertezza regna su qualsiasi cosa è solo lavorando sulle fondamenta che si può ridare vigore e consistenza alla nostra società. Questo vuol dire operare in maniera profonda a livello culturale, politico, economico e sociale su due piani. Il primo per portare avanti la contingenza, il secondo, meno percepibile ma più radicale e audace, con obiettivi di lungo periodo e largo respiro. Un piano di vera decomposizione e riconvergenza per fare in modo che il nostro paese che da anni sta lentamente sprofondando nel marcio e nel cupo possa senza mezzi termini tornare ad essere orgoglioso di se stesso in una nuova realtà perché, questo sì è certo, nulla sarà come prima.

Foto tratta da qui.


2011

5 gennaio, 2012

In questi giorni, oltre a zuccherosi oroscopi e panettoni a metà prezzo è il tempo di malsani bilanci, d’altronde anche i cheeseburger lo sono (ma sono anche tanto buoni). Il buon giorno si vede dal mattino, delle volte però è la notte ad essere determinante (d’altronde anticipa di appena qualche minuto l’alba), così ho terminato questo delimitato lasso di tempo convenzionalmente scandito con più leggiadria di quanta ne avessi all’inizio (benché dubito che a qualche lettore interessi). È stato un anno di sperimentazione, acclimatamento, scoperte, tensioni. Il 2012 sarà un anno di positiva sobrietà, dove, grazie al prof. Monti, avremo l’opportunità di scoprire la nostra spiritualità e di distaccarci dalla materialità (se proprio vogliamo dire così che siamo in mutande). In fondo cos’è che ci fa determinare se un’annata è stata migliore o meno: fattori quantitativi, qualitativi, complicati indicatori o semplicemente il proprio animo? Secondo me definire un anno è come definire un gazpacho, un insieme indefinito di elementi dove tutti gridano vendetta ma che inspiegabilmente creano un unicum anche digeribile. Diciamocelo: per quanto razionalmente o di pancia vogliamo capire l’anno che fu, è passato, e in quanto tale esiste solo in funzione di un futuro, anche se bisestile. Buon 2012!

Immagine tratta da qui.


Muri

13 settembre, 2011

Principe Filippo

I muri sono un’invenzione utile: ci si può sbattere la testa quando non si ha altro conforto e ci si può attaccare ogni amenità, dagli scarpini ad un Modigliani. Ma la funzione più azzeccata è quella di creare una discontinuità spaziale, un al di quà e un al di là. Servono per creare una protezione verso un agente esteriore (come quello del Folletto che è costretto a lasciare il biglietto da visita sotto la porta). Come ci si sente protetti tra quattro mura! Come si sta bene nella propria città, nella propria cinta muraria senza il rischio di spiacevoli incontri con fattori esogeni.

Se però siamo noi ad essere quel fattore esterno, quell’esule dal borgo paradisiaco? Se fossimo proprio noi il principe azzurro che deve  affrontare il drago, il ponte levatoio, la foresta di rovi, il portale d’ingresso e l’allarme centralizzato con il fine di conoscere la dolce principessa residente nel superattico con vista mare? In questo caso i muri diventano un po’ più antipatici, soprattutto se guardandosi allo specchio piuttosto che biondi, con gli occhi azzurri e con un baldo destriero bianco ci vediamo mori (anche con la fronte che arrogantemente si fa strada), con gli occhi color lattuga marcia e …, bè, almeno per il destriero bianco  abbiamo provveduto.

Per ovviare a tale compito, per noi poveri e spennati principi mori sono stati inventati svariati mezzi di comunicazione, anche in chiave 2.0, ovvero con possibilità di interazione. Parlare non è mai stato così facile, si parla moltissimo, ma comunichiamo davvero? Non faccio altro che chiedermi quando leggo su facebook (piuttosto che twitter, linked in, msm, what’s up e chi più ne ha più ne metta) che Maria sta bene e pubblica fotografie da mozzafiato se poi la sua vita è veramente patinata come in un articolo di Vogue. Ognuno di noi ha modo di sfogare il proprio ego mostrando indistintamente al mondo che è un modello mancato, che partecipa a feste da urlo e ogni altro aspetto sfavillante della propria vita. Che bello! Ad oggi però, nostro malgrado, non è ancora stato inventato il balsamo perfetto e quindi prima o poi i nodi vengono al pettine (è una metafora, quindi vale anche per i miei amici calvi!). Questo per dire che sono  davvero confuso quando mi trovo davanti dei muri creati dalle persone che rifiutano il contatto, il confronto, una conoscenza, se non per mostrare il loro lato di cartapesta. Questi muri immateriali delle volte sono più resistenti di quelli creati con il cemento armato. Certo, non è pensabile che ognuno vada a genio al prossimo, ma neanche che manchi regolarmente l’interesse di andare a vedere cosa c’è oltre il “profilo” dell’altro. Non c’è foresta di rovi che si riesca ad abbattere per entrare nel Castello (che non è altro che la sfera “umana” del prossimo e non solo ideale). Anzi, in questi casi da principi (anche se mori) ci trasformiamo in pittoreschi personaggi donchisciotteschi dediti a rincorrere l’altro che fugge e, per quanto scenico e amorevole possa sembrare, sappiamo che non è il caso di lottare contro le centrali eoliche.

Nei muri mettiamo ciò che di più importante e fragile abbiamo: la nostra anima. Tuttavia è come quando durante un trasloco mettiamo sotto vari strati di plurimball il vaso di porcellana che da generazioni si ostina a non rompersi: una volta finito il trasloco lo ricollochiamo al suo posto in bella vista. Forse è questo quello che dobbiamo fare con noi stessi, avere un grado di protezione corretto e non eccessivo perché non mostrandoci forse perdiamo più di quanto pensiamo di stare proteggendo e non cogliamo l’opportunità di farci scoprire e  scoprire noi stessi altri bellissimi vasi di porcellana.

Foto tratta da qui.


A volte crescono

14 maggio, 2011

 

Quanto attendevo fervidamente l’età adulta! Mi ricordo che durante le elementari avrei dati qualsiasi cosa pur di ritrovarmi catapultato nel mio futuro a scrivere l’ultima parola della tesi di laurea. Eccomi e ho varcato con successo questa tappa. Arrivato alla soglia dei trenta mi sto guardano intorno e ancora non riesco a capire cosa voglia dire essere “grandi”.

Tutto parte dallo spunto di due fatti accaduti tra conoscenti di famiglia: il primo è un mio coetaneo disoccupato (della categoria di quelli che il lavoro neanche lo cercano) imbevuto del soldi del padre, alcol e droga. Il secondo è un padre di famiglia, che, dopo aver perso il lavoro, è più o meno nella stessa situazione del ragazzo, solo che per fortuna questo distrugge gli oggetti per casa e non veicola la propria violenza sulle persone. Non è il caso di affrontare l’argomento della violenza tra le mura domestiche, che tra l’altro ho affrontato nel post La guerra è in casa, dove anche grazie ai commenti è possibile vedere l’argomento da differenti prospettive.

Quello che mi fa riflettere è che più mi guardo intorno più vedo persone “grandi” anagraficamente ma non nel senso che intendevo da “piccolo”. Non trovo fuori luogo fare il parallelo con la teoria di Konrad Lorenz che vede i cani domestici come degli eterni cuccioloni spinti dall’egoismo. Siamo diventati una società “domestica” che non sa come reagire?

Il filo rosso che unisce i due casi (sono solo due esempi tra innumerevoli) è la perseveranza di mantenere lo status quo: Il giovane perché è facile vivere alla giornata, i familiari di lui perché subiscono passivamente la situazione e si guardano bene dal dare il buon esempio e reagire, il padre di famiglia che continua nella sua vita dissoluta senza neanche tentare di uscirne relegando i figli e la moglie ad una vita da inferno, e così via dicendo. Dov’è la responsabilità e la dignità personale? Dov’è la coscienza che le nostre azioni hanno un impatto su chi ci vive intorno e che dovremmo cercare di dare loro solo gioie? Oggi guardo indietro e vedo che i bambini, affrontando le novità come una sfida quotidiana sono molto più grandi di noi adulti.

La foto è tratta da qui.


Aspetta n’atomo II

26 marzo, 2011

In questa settimana mi sono fatto un’idea più approfondita sull’energia nucleare. Per esempio, non sapevo che l’enrgia elettrica prodotta dal nucleare che acquistiamo ci viene venduta a prezzi più bassi di quanto potremmo produrla noi nelle nostre centrali in quanto è energia prodotta in surplus. Molte altre notizie contro il nucleare le trovate nel post di fisica/mente. Pertanto una delle poche motivazioni a favore del nucleare rimane l’indipendenza dall’import dall’estero.

Sono d’accordo con Beppe Grillo quando afferma che il referundum contro il nucleare ha poco senso se fatto in una singola nazione e non a livello europeo. Certo, sono consapevole di parlare di un mondo di sogni, ma se proprio il nucleare fosse indispensabile, perché non gestire la questione a livello europeo scegliendo l’eventuale collocazione delle centrali in zone non sismiche (pertanto non l’Italia) e con meno densità di abitanti condividendo i costi tra i vari paesi che ne potrebbero beneficiare??? Il problema di base è proprio questo: l’europa unita non esiste a livello politico, basta vedere come siamo rimasti soli nella gestione dei flussi migratori degli ultimi giorni!


Aspetta n’atomo

19 marzo, 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ultima settimana è ricca di spunti di riflessione. Energia nucleare? Festeggiamento per l’Italia unita? Rispetto di civiltà? Tre importanti argomenti che ci impongono di prendere una posizione, di scegliere.

Personalmente sono contrario all’energia nucleare, ha innumerevoli risvolti negativi che stiamo toccando con mano in questi giorni. Trovo però ottuso non tenere presente che il 19% della nostra energia che acquistiamo deriva proprio dal nucleare prodotto a pochi chilometri dalle nostre frontiere. Inoltre in questa complessa faccenda c’è da tenere  presente che una nazione non può essere dipendente da poche fonti di energia (e paesi produttori)  e che le energie rinnovabili vanno incentivate, ma allo stato attuale non sono ancora un’alternativa sufficiente ai combustibili fossili.

Trovo ancora più avvilente che molta gente sia contraria al ritorno del nucleare in Italia perché convinta della nostra mancanza di capacità nella sua gestione. Sono francamente stufo di questo nostro atteggiamento nazionale di sputare nel piatto dove mangiamo e di avere una pessima considerazione in noi stessi e nel prossimo. Anche grazie a questo gruppo di perdenti incalliti che criticano ma non agiscono, la nostra nazione non ha modo di esprimersi ed eccellere. Certo, non saremo tutti dei geni, ma ritenere aprioristicamente che siamo una massa di cialtroni lo trovo ingiusto.

Così come trovo ingiusto come sta procedendo la politica occidentale in Libia, o meglio la sua assenza. Stiamo ancora ragionando se agire con l’intento di salvare i civili, ma si pensa che tramite una “no fly zone” migliori sostanzialmente la loro situazione? Una volta costretti i due fronti ad uno “status quo” come evolverà la situazione? È normale che ci stia a cuore quanto il suolo libico può offrirci (spero che non siamo tanto ipocriti da negarlo), ma potremmo dare anche un sostanziale aiuto anche a chi lotta almeno per vedere uno spiraglio di democrazia nel proprio paese.

Tutto questo fritto misto di fatti che ho sommariamente illustrato  non può altro che portarci alla conclusione che dobbiamo ritornare al “nucleo” della nostra vita, ad avere uno stile di vita più concreto e consumi davvero essenziali, come i nostri amici giapponesi (che stimo profondamente) stanno nuovamente dimostrando al mondo. Giorno dopo giorno la natura ci porta a capire che non è più solo retorica. “Nel mondo c’è quanto basta per le necessità di ogni uomo, ma non per l’avidità di ogni uomo”(Mahatma Gandhi).

Una posizione più approfondita e differente dalla mia sull’energia nucleare la trovate al seguente link, da dove proviene anche l’immagine utilizzata.


Che bel natale!

8 dicembre, 2008

Guarda l'immagine nelle sue dimensioni reali.

La bruttezza si è manifestata dapprima come onnipresente bruttezza acustica: le automobili, le motociclette, le chitarre elettriche, i martelli pneumatici, gli altoparlanti, le sirene. L’onnipresenza della bruttezza visiva non tarderà a seguire.” (M. Kundera; L’insostenibile leggerezza dell’essere; Adelphi Edizioni, 1985; Milano).

Oggi è il giorno dedicato alla famiglia, all’allestimento della decorazione natalizia che con cura si è acquistata o costruita per abbellire l’interno e l’esterno della casa. Forse Kundera si riferiva al 8 dicembre nel suo aforisma. 😉

Per fortuna che Natale rende tutti più buoni!

In ogni caso facciamo attenzione alla sostenibilità delle decorazioni natalizie, ma anche alla suscettibilità dei nostri ospiti, anche per la decorazione se proprio non siamo degli interior decorer, cerchiamo di essere il più rigorosi e classici possibili.

Da allora sa che la bellezza è un mondo tradito. La possiamo incontrare solo quando i persecutori l’hanno dimenticata per errore da qualche parte. La bellezza è nascosta dietro i fondali della parata del primo maggio. Se la vogliamo trovare dobbiamo strappare la tela del fondale”(ibidem).

Vi ho esimato dal farvi vedere le raccapricianti decorazioni alle porte viste oggi, la foto proviene da questo sito.